casa c

Arrivarci da sotto un portico, una calle, una scala a vista sul retro, terzo piano, superi a vista il muro divisorio e vedi tavolini e gente che si distrae con coni gelati a tripla pallina, puzza di freschino e umido da fiume nascosto ma che si sente appena rigoroso flusso se taci il rumore delle scarpe. E così chiudi la porta, profondo limite tra un pubblico nascosto e la tua intimità fatta di arredi vecchi e fantastici, poco progetto e tutto cuore ed energia di pittore isolato nel suo mondo e dal mondo, le stanze lunghe di un lotto gotico e le finestrelle piccole di sottotetto affacciato alla via centrale, puzza di asfalto caldo e di gente che ridacchia poco più in là. Le stanze sanno di profumi e non di mobilia, tutto stupendamente trasandato e confusione e delirio e niente fuori posto, lo specchio esatto di chi mai si è domandato come si abita un posto, ma ci abita e basta. Se ogni casa raccontasse di se la sua vocazione più che la funzione, la città e la sua urbanistica racconterebbero storie più vicine a ciascuno di noi.

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